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Consiglio europeo, salta l’intesa sui migranti. No di Polonia e Ungheria. Meloni: “Non sono delusa, difendono i loro interessi nazionali”

Nessun accordo in Consiglio europeo sui migranti. Strasburgo non ha adottato conclusioni comuni per il veto di Polonia e Ungheria. “Il patto è stato approvato, ora si tratta di attuarlo”, dice il presidente Michel, che ha chiesto alla premier Meloni di mediare con Orban e Morawiecki. Il Patto sulla migrazione ormai è cosa fatta e non si torna indietro, ma, hanno riferito fonti europee, la mediazione è fallita. A chi ha chiesto alla premier Meloni se fosse delusa, ha risposto: “Non sono delusa mai da chi difende i propri interessi nazionali. La loro posizione – continua – non riguarda la dimensione esterna che è la priorità italiana ed è l’unione modo per affrontare la migrazione mettendo d’accordo tutti”.

Il dibattito a Bruxelles ora si concentra sulla “dimensione esterna”, ovvero quell’insieme di misure – dalla cooperazione con i Paesi terzi alla protezione delle frontiere – per ridurre i numeri degli arrivi. L’assalto di Polonia e Ungheria al Consiglio Europeo, furenti per “il colpo di mano” del Lussemburgo, dove il Patto è stato approvato con il voto a maggioranza qualificata, si è risolto in un buco nell’acqua.
Le conclusioni del Consiglio sulla dimensione esterna sono state pubblicate comunque con una nota della presidenza: “È stato notato – si legge – che la Polonia e l’Ungheria hanno dichiarato che è necessario trovare un consenso su una politica efficace in materia di migrazione e asilo e che, nel contesto delle misure di solidarietà, la ricollocazione e il reinsediamento dovrebbero essere su base volontaria e che tutte le forme di solidarietà dovrebbero essere considerate ugualmente valide e non servire come potenziale fattore di attrazione per la migrazione irregolare”. Per questo il
presidente Charles Michel è stato chiarissimo: “Il patto è stato approvato e lavoreremo nella sede del trilogo per la sua
definitiva messa in pratica”. Dal canto suo il premier svedese Ulf Kristersson ha difesa la scelta, prevista peraltro dai
trattati, di andare a maggioranza qualificata. “Non solo è stata doverosa, ma necessaria”. “Al Consiglio – ha precisato – è stato espresso un largo sostegno sulla linea e questo è un buon segnale per il lavoro che ci aspetta in futuro”.

I 27 leader indicano infatti “il buon lavoro” svolto con la Tunisia come un “modello” da applicare in altre aree della sponda sud per favorire la cooperazione e la stabilizzazione. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen batte il tasto sugli “investimenti, specialmente nelle rinnovabili, sulle competenze e sull’aumento delle vie legali
d’ingresso nell’Unione”, oltre che sulla “lotta ai trafficanti di esseri umani”.
I 25 si sono trovati “davvero uniti1” nel respingere Polonia e Ungheria, una specie di effetto collaterale sovranista che potrebbe avere ripercussioni importanti. In mattinata si è infatti tenuta una prima riunione tra 10 Paesi-chiave dell’Ue per immaginare il futuro in vista dell’allargamento, un brain storming utile a individuare le aree più a rischio di collasso gestionale con un’Unione a 35. L’Italia ha preso parte all’incontro e Giorgia Meloni ha assicurato che, se necessario, saranno fatti “aggiustamenti”. La sua soluzione: applicare “un principio di sussidiarietà” con la definizione delle “priorità” per l’Unione.

Stefania Losito

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