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Il coronavirus frena la spesa degli italiani che lasciano i soldi in banca

Spesa giù, risparmi su. Gli italiani non sono ancora sereni, dopo la ripresa della vita “normale” che ha decretato la fine del tutti a casa durante il picco segnato dall’epidemia del coronavirus. Così alla ripresa la spesa media per famiglia si è ridotta di 1879 euro, mentre in banca il risparmio è cresciuto del 20 per cento. Cifre che parlano: gli italiani non sono ancora del tutto sereni e temono nell’immediato futuro un altro blocco con ripercussioni sui propri redditi, se perderanno il lavoro. I dati sono stati elaborati da una ricerca di Confesercenti. In banca vi sono 32 miliardi che le famiglie non intendono spendere. A risentire di questo atteggiamento sono state le strutture ricettive e della somministrazione, ossia ristoranti pizzerie e alberghi, che hanno dovuto anche ridurre gli spazi interni e quindi il flusso di clientela per attuare le misure di sicurezza. L’8 per cento delle imprese di questo comparto, secondo Confesercenti, non riaprirà, mentre il 61,5 per cento denuncia problemi di liquidità. A soffrire sono anche le attività commerciali: più della metà ha dichiarato un forte calo del fatturato. La ricetta di Confesercenti punta sulle famiglie e sull’Iva:

“Una rapida ripartenza della spesa delle famiglie – ha dichiarato Patrizia De Luise – è
cruciale, soprattutto se si considera che il Pil italiano dipende per buona parte dai consumi interni. Per questo, riteniamo che si debba discutere seriamente della possibilità di un taglio temporaneo dell’Iva, almeno per i comparti in maggiore sofferenza. Un taglio selettivo e ‘a tempo’ – afferma – sarebbe utile per sostenere la domanda in questa fase d’emergenza, spingendo i consumatori, proprio per la
temporaneità della riduzione dei prezzi, ad anticipare gli acquisti. Un effetto propulsivo ottenuto senza stravolgere troppo il bilancio: l’attuale crollo dei consumi,
inevitabilmente, porterà anche ad una riduzione del gettito Iva. In questo contesto il taglio delle aliquote, soprattutto se chiaramente definito nei suoi limiti di intervento, temporali e di settore, non aggraverebbe troppo la situazione e non spaventerebbe i mercati. Alla fine dell’emergenza potremmo invece concentrare le risorse su una vera riforma fiscale, che cancelli le attuali iniquità impositive e stimoli la crescita ed il lavoro, a partire dalla revisione dell’Irpef”.

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