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“Un caffè non è mai solo un caffè”, a Pietramontecorvino il bar che non vuole chiudere e si trasforma in luogo di socialità

“Credo che i bar sport della mia giovinezza siano una razza in estinzione, come le balene e le macchine da scrivere. Ne sopravvivono alcuni nelle periferie delle città e soprattutto nei piccoli paesi”. Scriveva così lo scrittore Stefano Benni in un articolo su La Repubblica pubblicato il 6 novembre 2006, nel 30° anniversario della pubblicazione del romanzo “Bar Sport”, diventato anche un film cult. Questo è accaduto, o forse stava per accadere, anche a Pietramontecorvino, comune di 2350 anime nel Foggiano. Il 26 gennaio scorso il Bar Caffè Basile, con 138 anni di storia sulle spalle, ha abbassato la saracinesca spegnendo le chiacchiere e le giocate a carte e gli incontri dei fidanzati tutti avvenuti nei suoi locali. A custodire fino agli ultimi anni la storia del locale sono stati Nicola e Lucia, che hanno mantenuto viva una tradizione lunga quasi 140 anni. Poi l’insegna si è spenta e con lei il punto d’incontro dei cittadini. Non soltanto la chiusura di un esercizio commerciale, ma la scomparsa temporanea di un luogo di socialità che aveva accompagnato generazioni di Pietramontecorvinesi. Da questa esigenza è nata l’iniziativa dell’associazione “Dalla parte dei paesi”, che ha raccolto il desiderio dei cittadini di restituire alla gente quello luogo di incontro e relazione.

Il progetto, sostenuto dal Comune, porterà alla nascita di “Ce vedeme o’ cafe'”, espressione che richiama il tradizionale invito a ritrovarsi davanti a un caffe’. L’apertura e’ prevista per il 24 agosto, mentre il giorno successivo sarà presentato
ufficialmente il progetto con un incontro dedicato alla comunità.

“Cose semplici, ma vitali, alle quali il paese non si vuole rinunciare – si legge sul sito dell’associazione – lo scorso 26 gennaio il Bar Caffè Basile ha chiuso i battenti e ammainato l’insegna. Dopo quasi un secolo e mezzo, quello che era un luogo animato da persone, sedie, tavolini, il rumore della macchina da caffè, un brusio fatto di voci, convenevoli e risate, all’improvviso si è spento, svuotato. Un vuoto che, da subito, è sembrato inaccettabile, pesante, triste”. “Ecco perché l’associazione “Dalla parte dei Paesi” ci ha pensato su – scrivono ancora – ha raccolto le richieste di chi non si rassegna a vuoto e silenzio, e si è dato una missione: riaprire, restituire a quello spazio la funzione sociale, aggregativa e conviviale che ha sempre avuto. Il progetto, già depositato in Comune e pronto a decollare nei prossimi giorni, ha un titolo che dice tutto, o quasi: “Ce vedeme o’ cafè”, ci vediamo al caffè. Quello che riaprirà non sarà un bar vero e proprio, ma un luogo gestito dalla comunità dove poter continuare a sedersi, sorseggiare una bibita, giocare a carte o ai giochi da tavolo, scambiare due chiacchiere, ritrovarsi. Diventerà quella che, nel progetto, è indicata come “la piazzetta di comunità di Corso Aldo Moro”. Arredi mobili, giochi e libri condivisi, micro attività culturali e una gestione collettiva di uno spazio per sottrarlo al vuoto e al silenzio“.

“Un’insegna semplice, una scritta bianca su sfondo celeste che recava una sola parola: Caffè. Fu Aniello Basile, nel 1888, ad aprire quel bar che, in poco tempo, è diventato un’istituzione. Cambiò il volto di Piazza Cavour, una piazzetta posta nella parte finale di Corso Aldo Moro, l’arteria più importante di Pietramontecorvino. Il Bar Caffè – si racconta ancora sul sito dell’associazione – dava carattere a un posto che sembra uscito da un dipinto. Facciata in pietra, tetto di tegole a spiovente, l’insegna che sa di ‘900. Accanto c’è una chiesa antica. A pochi passi, l’arco d’ingresso al quartiere medievale di Terravecchia. Alzi lo sguardo e vedi svettare il campanile della Chiesa Madre. Il Bar Caffè Basile per quasi un secolo e mezzo è stato l’approdo. La lieve inclinazione in discesa del corso principale sembrava invogliare gli avventori a raggiungere sedie e tavolini, a fare una sosta per salutare gli amici, per “vedere chi c’è”, e magari ascoltare il sottofondo le voci dai campi di “Tutto il calcio minuto per minuto””.

A ispirare il progetto voluto dall’associazione “Dalla parte dei Paesi”, il modello francese “1000 cafés”, nato nel 2019. A promuoverlo è il Groupe SOS, tra i principali attori dell’imprenditoria sociale francese, guidato da Jean-Marc Borello. L’obiettivo dichiarato è ambizioso quanto il nome del progetto: aprire, riaprire o sostenere mille bar-caffetterie multiservizi nei piccoli comuni rurali, quelli sotto i 3.500 abitanti, privi di un luogo di socialità o a rischio di perderlo. Il meccanismo si discosta volutamente da un classico franchising. Un caffè della rete “1000 cafés” raramente si limita a servire da bere: nella maggior parte dei casi affianca al bancone anche un piccolo emporio alimentare, un deposito del pane, un punto di ritiro pacchi, la vendita della stampa locale, e spesso diventa sede di iniziative culturali e sociali — cinema all’aperto, serate a tema, incontri intergenerazionali. È proprio questa somma di funzioni a rendere sostenibile un’attività che, presa singolarmente, in un paese di poche centinaia di abitanti difficilmente reggerebbe. A inizio 2025 il Groupe SOS ha tracciato un primo bilancio dei primi cinque anni di attività: la rete ha raggiunto 300 comuni, di cui 130 hanno visto l’apertura di un caffè completamente nuovo e 92 sono stati sostenuti per salvare un locale già esistente e a rischio chiusura. Numeri che raccontano solo in parte la domanda reale: il progetto ha ricevuto, dal suo lancio, oltre 1.500 candidature di amministrazioni comunali interessate e quasi 5.000 candidature di gestori desiderosi di rilevare un locale. Il progetto, inoltre, non si è fermato alla sola apertura di nuovi esercizi: oggi il focus si è ampliato anche al mantenimento e alla gestione nel tempo dei caffè già avviati, e alla costruzione di una vera rete di servizi rurali diffusa sul territorio.

Ma “al di là dei numeri, – chiosa l’associazione a fine articolo sul suo sito – l’effetto di un bar che riapre si misura sul campo, nella quotidianità di chi vive quei paesi: un punto di riferimento che torna a esistere, abitanti che tornano a incrociarsi, un indirizzo dove prendere un caffè, offrire altri servizi, passare il tempo libero e alimentare la vita sociale del paese. Ecco perché un caffè, in un piccolo paese, non è mai solo un caffè“. 

Stefania Losito

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