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Lavoro: un neo-assunto su 4 non è italiano. In Basilicata +306% nel 2025, il doppio della media nazionale

Sono sempre di più gli occupati stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025, un neoassunto su 4 è immigrato, sfiorando quota 1 milione e 360mila, pari al 23 per cento del totale. Sono queste le principali evidenze emerse nel report settimanale elaborato dall’Ufficio studi della Cgia, l’associazione artigiani e piccole imprese di Mestre.
Se in Italia, negli ultimi otto anni (2017–2025), le entrate previste nel mercato del lavoro degli immigrati sono cresciute del 140 per cento, in Basilicata il balzo è stato addirittura del +306 per cento. A livello provinciale, gli ingressi di immigrati nel mercato del lavoro nel 2025, rapportati al totale delle assunzioni, vedono prevalere la provincia di Prato, con Matera al quarto posto con il 36,4%, cioè quasi 4 lavoratori su dieci sono stranieri. E’ l’unica realtà con questi numeri al Sud.
Per quanto riguarda i settori: in agricoltura quasi la meta’ delle nuove assunzioni riguarda stranieri. Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature e nelle costruzioni, mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7 per cento. Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri.

LE RIFLESSIONI DELL’UFFICIO STUDI DELLA CGIA – I dati mostrano chiaramente che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Il primo nodo è demografico. L’Italia sta invecchiando rapidamente e nascono sempre meno bambini. Questo significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere. I lavoratori stranieri aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro e rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare. Senza il loro apporto, il peso sulle generazioni attive sarebbe ancora maggiore. C’è poi la questione dei settori produttivi. Molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro. Non si tratta quindi di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti. Un altro aspetto poco discusso riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il risultato è un saldo positivo: versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile. Infine, c’è il tema dell’iniziativa economica. Crescono le imprese avviate da cittadini immigrati, che creano occupazione e, molto spesso, aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà. Nel complesso, i lavoratori stranieri non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana. Investire in integrazione, regolarizzazione e formazione non è solo una scelta sociale: è una necessità economica per il futuro del Paese.

Quando si parla di lavoro e immigrazione, capita spesso di sentire Espressioni come “comunità specializzate” o “mestieri tipici” di alcune etnie. In realtà, questa lettura non è corretta né dal punto di vista statistico né da quello sociale. Le fonti ufficiali non classificano le persone per etnia, ma per cittadinanza o area geografica di provenienza. Di conseguenza, non esistono dati che colleghino caratteristiche culturali o identitarie a specifiche professioni. Ciò che emerge dalle analisi è piuttosto una diversa distribuzione dei lavoratori nei vari settori economici.
Osservando i numeri, si notano alcune concentrazioni ricorrenti. I lavoratori provenienti dall’Europa dell’Est sono molto presenti nell’assistenza familiare e nel lavoro domestico, ambiti che comprendono colf e badanti e che rappresentano una componente essenziale del sistema di cura italiano. Le persone originarie del Nord Africa trovano più spesso impiego nell’edilizia, nell’agricoltura e nella logistica, comparti caratterizzati da una domanda costante di manodopera e da lavori manuali o stagionali.
Dall’Asia meridionale, in particolare da India, Pakistan e Bangladesh, proviene una quota significativa di addetti All’agricoltura, all’allevamento, alla ristorazione e al piccolo commercio. I cittadini cinesi risultano invece concentrati nel commercio, nella manifattura tessile e dell’abbigliamento e nella ristorazione, settori in cui si sono sviluppate nel tempo reti imprenditoriali consolidate. I lavoratori filippini, infine, sono presenti soprattutto nei servizi domestici e alla
persona, dove hanno costruito una reputazione professionale riconosciuta.
Queste dinamiche non riflettono “vocazioni” etniche o presunte predisposizioni culturali. Sono piuttosto il risultato di fattori concreti: le reti migratorie che facilitano l’ingresso nello stesso tipo di occupazione, la domanda locale di lavoro in determinati comparti, le difficoltà linguistiche iniziali o il mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero. Anche le politiche di regolarizzazione, spesso concentrate su specifici settori, hanno contribuito a orientare gli inserimenti occupazionali.

Stefania Losito

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