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Caro-gasolio, autotrasportatori piegati dai costi extra: oltre 2,1 miliardi di euro nel 2026

Niente fermo dei tir, al momento. Accordo raggiunto sul filo di lana tra il Governo e gli autotrasportatori. Nell’incontro delle scorse ore, l’Esecutivo ha messo sul tavolo un pacchetto di misure per alleggerire i costi che gravano sul settore mentre le associazioni datoriali hanno deciso di revocare il fermo nazionale dei Tir dal 24 al 29 maggio. Dopo 3 mesi di crisi, rileva la Cgia (l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, ndr), il caro gasolio è costato all’autotrasporto 2,1 miliardi.
A quasi tre mesi dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, impennatosi con il conflitto, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro: + 18,5%. Nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso, nelle prime 12 settimane di crisi, l’autotrasporto merci ha sostenuto un extra costo che, secondo una stima della Cgia, sarebbe sui 2,1 miliardi di euro. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2).

In Italia il parco circolante conta quasi 741.500 mezzi pesanti (con massa superiore a 3,5 tonnellate). Il più alto numero di immatricolazioni è il Mezzogiorno (318.665 ), seguono il Nord-Ovest (151.557), il Nord-Est (147.288) e il Centro (122.912). A livello regionale, la maggiore concentrazione è in Lombardia (91.460 veicoli),poi Campania (89.230) e Sicilia (82.355).

Tuttavia, il vero killer silenzioso dell’autotrasporto non è solo il prezzo del diesel in sé, ma lo sfasamento temporale tra
pagamenti e incassi. L’autotrasportatore anticipa cifre enormi sperando di recuperare i soldi mesi dopo. Se il gasolio, i
pedaggi autostradali, la manutenzione dei mezzi, le assicurazioni e il personale devono essere pagati subito o a brevissimo termine, invece i tempi di incasso delle fatture possono arrivare anche a 90 o addirittura 120 giorni. Un ulteriore fattore di fragilità è la bassa marginalità media del settore. Anche piccoli shock – un aumento del diesel, un guasto meccanico importante o un ritardo nei pagamenti – possono erodere completamente il margine operativo.

Negli ultimi 10 anni lo stock complessivo delle imprese attive di autotrasporto in Italia è calato di 19.241 unità. Se nel 2015 erano 86.590, nel 2025 sono scese a 67.349 (-22,2%). Le situazioni più critiche si sono verificate in Valle d’Aosta (-34,1%, in valore assoluto pari a -29), nelle Marche (-33,4%; -1.062), nel Lazio (-32,5%; -2.238), in Friuli V.G. (-30,5%; -449) e in Sardegna (- 30,2%; -722). Il Trentino A.A. con il +12,1% (+165) e oltre 740 mila mezzi pesanti è l’unica regione con un saldo positivo. Il maggior numero di imprese dell’autotrasporto è a Napoli con 3.984 attività, poi Milano (3.102,) Roma (2.854), Torino (2.153) e Salerno (1.724) che hanno oltre il 20% del totale delle imprese attive di autotrasporto in Italia ove, nel 2025, si sono registrate 67.349 unità. La provincia di Imperia ha visto, tra il 2015 e il 2025, la contrazione più pesante (-40,2%; in valore assoluto pari a -90). Seguono Roma con il -39,4 (-1.854) e Ancona con il -39,3 (-354). Tra le 102 province monitorate nell’ultimo decennio con un segno più sono state Caserta (+5,2%, +56), Palermo (12,9%, +123) e Bolzano (35,7%, (+213).

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