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Libano, esplodono i cercapersone degli Hezbollah: una decina i morti e migliaia i feriti. Manomessi da Israele?

E’ caos in Libano, dove l’esplosione simultanea dei cercapersone in dotazione ai membri di Hezbollah ha registrato almeno otto morti e 2.800 feriti. Per il ministero della Sanità libanese 200 sono in gravi condizioni. Gli sciiti filo-iraniani parlano della “più grande violazione della sicurezza mai accaduta”, e della “responsabilità di Israele” che avrà “la “giusta punizione per questa aggressione”, minacciano.
I dispositivi di ultimo modello, utilizzati per comunicare internamente, sono detonati in varie parti del Paese e hanno fatto registrare diversi feriti anche nella zona di Damasco, in Siria. Tra quelli colpiti, anche l’ambasciatore iraniano a Beirut, Mojtaba Amani, che ha riportato “una ferita superficiale e si trova in osservazione in ospedale”, secondo l’agenzia di stampa Fars. Le esplosioni hanno investito anche alti esponenti di Hezbollah ma non avrebbero colpito il leader Hassan Nasrallah, secondo fonti interne al gruppo.

I sabotatori avrebbero messo in corto le batterie dei dispositivi generando un calore elevato, fino a 4-500 gradi, spiegando così l’esplosione.

Secondo un esperto di Cybersicurezza dell’università Luiss Guido Carli di Roma, “è probabile” che gli attentatori “abbiano intercettato i lotti di cercapersone di cui gli Hezbollah si sono approvvigionati di recente e abbiano modificato i dispositivi prima della consegna, introducendo delle modifiche che sono poi state sfruttate nell’attacco”. Per Pierluigi Paganini, “ciò sarebbe possibile attraverso una vulnerabilità nel software presente nei chip della batteria che controllano i processi di carico e scarico”.

Un esperto di munizioni, ex militare dell’esercito britannico, spiega alla Bbc che i dispositivi “contenevano probabilmente dai 10 ai 20 grammi ciascuno di esplosivo ad alto potenziale, nascosto all’interno di un componente elettronico falso”. L’esplosivo, ha spiegato, sarebbe stato armato da un segnale, qualcosa chiamato messaggio di testo
alfanumerico.

Diverse testimonianze giunte dal Libano affermano che in alcuni casi i cercapersone si sono surriscaldati prima dell’esplosione, allertando i membri di Hezbollah in tempo prima della detonazione. In altri casi sembra che dei messaggi siano apparsi sul display del dispositivo.


L’attacco elettronico, secondo gli esperti, è stato preparato da tempo ed è la dimostrazione delle elevate capacità israeliane di operare nell’ambito dello spionaggio industriale, mettendo a nudo l’incapacità del movimento armato filo-iraniano di mettere in sicurezza i suoi quadri. Elijah Magnier, esperto di intelligence e di tecnologie militari, a lungo basato a Beirut e con più di 30 anni di esperienza in teatri di guerra in tutta la regione, con un post su X, ha analizzato l’attacco alla struttura di sicurezza di Hezbollah.

Prima di tutto, afferma Magnier, va compresa la capacità di Israele di intromettersi tecnicamente nei cercapersone fatti detonare con delle micro cariche di esplosivo: “Per poter integrare un innesco esplosivo in un lotto di cercapersone, Israele avrà probabilmente avuto bisogno dell’accesso alla catena di approvvigionamento di questi dispositivi”. Secondo Magnier, i servizi segreti israeliani potrebbero essersi quindi “infiltrati nel processo di produzione, aggiungendo ai cercapersone una componente esplosiva”, oltre a “un meccanismo di attivazione a distanza senza destare sospetti”.

L’altro aspetto è il coinvolgimento di una terza parte: il venditore di dispositivi, che potrebbe essere stato “una copertura per i servizi di intelligence (israeliani) o un intermediario che lavora con Israele per facilitare la distribuzione di questi dispositivi agli Hezbollah”. Secondo fonti di sicurezza locali, il lotto di cercapersone usato per questo attacco era da poco stato distribuito ai quadri del partito.

Il terzo punto critico analizzato da Magnier è l’attivazione a distanza degli esplosivi: questa può essere stata resa
possibile “utilizzando una frequenza specifica o un segnale codificato che attiva l’ordigno esplosivo all’interno del
ricevitore. Ciò richiede sia sofisticazione tecnica che tempismo preciso per massimizzare le vittime”, ha scritto Magnier.

Stefania Losito

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