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Scienza, la caffeina può compromettere non solo la durata ma anche la qualità del sonno

La ricerca dell’Università di Breslavia pubblicata sulla rivista Nutrients

Anche se non si hanno difficoltà ad addormentarsi e si riesce a dormire otto ore di fila, la caffeina può compromettere la qualità biologica del sonno. Emerge da una revisione sistematica dell’Università di Medicina di Breslavia e pubblicata sulla rivista Nutrients, che ha analizzato gli effetti della caffeina sull’attività elettrica cerebrale durante il sonno attraverso studi basati sull’elettroencefalogramma, una tecnica che registra l’attività elettrica cerebrale e permette di osservare non solo quanto una persona dorma, ma anche come il cervello attraversi le diverse fasi del sonno. I risultati indicano che la sostanza tende a ridurre il sonno profondo a onde lente, una fase essenziale per il recupero fisico e mentale, suggerendo che la percezione soggettiva di aver riposato bene non sempre coincide con la reale qualità del sonno osservabile a livello neurofisiologico.
La caffeina è una delle sostanze psicoattive più consumate al mondo e viene utilizzata quotidianamente per migliorare
vigilanza, concentrazione e prestazioni cognitive. Gli scienziati hanno a lungo dibattuto nel tempo sulla sua capacità di ritardare l’addormentamento o ridurre la durata complessiva del sonno. Tuttavia, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è spostata verso aspetti legati alla struttura del sonno e al funzionamento del cervello durante il riposo notturno.

Secondo la revisione, la caffeina può alterare proprio questa componente senza necessariamente modificare in modo evidente la durata complessiva del sonno. “La caffeina può accorciare il sonno o rendere più difficile addormentarsi; tuttavia, anche quando la durata del sonno appare normale, puo’ ridurre l’attivita’ a onde lente e spostare il tracciato EEG verso uno stato piu’ vicino alla veglia”, osserva Kurpas.
In pratica, una persona puo’ trascorrere un’intera notte dormendo senza accorgersi di alcun problema, mentre il cervello potrebbe non beneficiare dello stesso livello di recupero normalmente garantito dal sonno profondo. Gli autori sottolineano inoltre che gli effetti della caffeina presentano una forte variabilita’ individuale. Fattori genetici, velocita’ del metabolismo, eta’, livelli di stress e qualita’ generale del riposo influenzano la sensibilita’ alla sostanza. Per alcune persone, spiegano i ricercatori, anche la caffeina assunta nelle prime ore della giornata potrebbe continuare a esercitare effetti durante la notte. “Non conta soltanto il caffe’ bevuto poco prima di andare a dormire – sostiene Kurpas -. Per alcuni individui possono essere importanti anche la quantita’ totale di caffeina assunta durante la giornata e il tempo disponibile per metabolizzarla prima del sonno”.
La revisione evidenzia inoltre un possibile circolo vizioso. L’effetto stimolante della caffeina puo’ ridurre temporaneamente la sensazione di stanchezza, ma se contemporaneamente peggiora la qualita’ del recupero notturno potrebbe favorire una crescente dipendenza dalla stimolazione durante il giorno. “Se la caffeina aiuta una persona a funzionare meglio durante il giorno ma riduce la qualita’ del recupero notturno, si puo’ instaurare un meccanismo caratterizzato da maggiore stanchezza, maggiore necessita’ di stimolazione e ulteriore peggioramento del sonno”, spiega la ricercatrice.
Secondo gli autori, questi risultati rafforzano la necessità di valutare il sonno non soltanto in termini di quantità ma anche di qualita’ neurobiologica. La caffeina, concludono, non può essere considerata semplicemente benefica o dannosa: i suoi effetti dipendono dalla dose, dall’orario di assunzione, dalle condizioni individuali e dal contesto di vita di ciascuna persona.

“L’EEG ci consente di vedere non solo se una persona dorme, ma anche come dorme il cervello – spiega Donata Kurpas del Dipartimento di Infermieristica – la valutazione tradizionale considera soprattutto la durata del sonno e le sue fasi, mentre l’analisi quantitativa dell’EEG permette di individuare cambiamenti più sottili, come la riduzione dell’attività a onde lente, un indicatore importante della profondità e della funzione rigenerativa del sonno”.

 
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