Arriva il conto per le imprese del conflitto in Medioriente: l’impennata dei prezzi di gas ed energia elettrica registrata negli ultimi giorni potrebbe costare 10 miliardi di euro in più alle aziende. Lo riporta il report settimanale dell’associazione artigiani e piccole imprese Cgia di mestre. E nel computo delle realtà imprenditoriali ce ne sono tre al Sud: il petrolchimico di Brindisi, l’ex Ilva di Taranto e il polo chimico di Salerno.
Se le attuali tensioni dovessero tradursi in rincari strutturali, le aziende italiane potrebbero trovarsi a pagare quest’anno 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas, in tutto il +13,5% rispetto al 2025.
Le realtà imprenditoriali più penalizzate sarebbero quelle nelle regioni dove la presenza delle attività commerciali e produttive è più diffusa, come Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana. Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità della crisi.
i settori più a rischio sono acciaierie, fonderie, ferriere, etc.; negozi, botteghe, centri commerciali; ma anche cinema, teatri, discoteche, lavanderie, parrucchieri, estetiste; pastifici, prosciuttifici, panifici, molini, etc.; alberghi, bar e ristoranti; trasporto e logistica; chimica.
Poi ci sono le imprese gasivore, cioè quelle che consumano più gas, come il settore estrattivo, quello della lavorazione e conservazione alimenti, la produzione alimentare, confezione e produzione tessile, abbigliamento e calzature, fabbricazione/produzione legno, carta, cartone, ceramica, utensileria, plastica e chimica, fabbricazione apparecchiature elettriche ed elettroniche, macchine utensili e per l’industria, etc.; costruzione di navi e imbarcazioni da diporto.
Stefania Losito