A Taranto 2.500 lavoratori dell’indotto ex Ilva potrebbero restare a casa prima ancora che si fermino gli altoforni. Ai sindacati sono state trasmesse le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo, che mettono a rischio il futuro occupazionale di un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità. Sono i dipendenti di una trentina di ditte rappresentate dall’Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto. Il presidente Nicola Convertino l’ha definito “un atto estremo, doloroso” ma “inevitabile”. A portare a questa decisione, spiega Convertino, il decreto della Corte d’Appello di Milano, che fissa a fine ottobre lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. La “diretta conseguenza” dell’avvio della procedura di licenziamento, chiarisce il presidente Aigi. “Siamo giunti a questo punto – prosegue – a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende”. Poche ore prima, i sindacati tarantini avevano chiesto un incontro urgente a Confindustria, Aigi e Confapi per affrontare le criticità. “Ciascuna istituzione – chiosa Convertino – abbia il coraggio di guardare alle conseguenze delle proprie scelte”.
Da Cernobbio il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso spiega che “l’annuncio dei licenziamenti da
parte di alcune imprese dell’indotto è un grande campanello d’allarme”, ricordando però le imminenti riunioni convocate dal governo. Martedì 8 settembre, data dell’incontro a Palazzo Chigi, i sindacati si aspettano qualcosa di convincente: il giorno dopo, infatti, si terrà anche l’udienza della Corte di Appello per valutare l’istanza di sospensiva presentata dalle amministrazioni straordinarie di AdI e Ilva sull’area a caldo.
“Il governo pensa a fare passerelle – ha detto il segretario generale della Uilm Davide Sperti – e sulla terra martoriata di Taranto i lavoratori raccolgono i danni”. Mentre Fiom e Fim Cisl chiedono risposte concrete e immediate.
Stefania Losito