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Umberto Eco, la musica e la radio

Gianni Coscia suona la fisarmonica. In questo campo è una autorità. E’ nato ad Alessandria ed è stato compagno di Liceo di Umberto Eco: “Lui è uno che sa tutto, anche in campo musicale – ha raccontato tempo fa – l’unica cosa che non lo ha mai interessato è lo sport. È un virtuoso del flauto dolce, fin da ragazzino metteva su i dischi e ci suonava sopra le parti soliste. Ha una buona lettura musicale e possiede una bella serie di flauti». Quindi aggiungiamo anche la musica all’elenco degli interessi di Umberto Eco. Per un filosofo e semiologo come Umberto Eco il mondo è un segno da interpretare: ma se non conosci, cosa interpreti? Musica e, aggiungiamo all’elenco dei suoi interessi e studi, anche la Radio. In “Apocalittici e integrati” (Bompiani, prima edizione 1977), Eco parla delle origini della Radio, concepita per trasmettere musica e notizie, studia la trasformazione della musica, del modo di farla e interpretarla, indotta dai nuovi mezzi tecnologici che allora, fine anni Sessanta inizi anni Settanta, erano rappresentati dai registratori, dalle incisioni sui nastri e sui dischi. Dalla possibilità di ascoltare musica solo in alcuni momenti ai concerti dal vivo o autoproducendola con gli amici, a una musica sempre a disposizione diffusa dalle Radio. Eco ha studiato anche noi, che facciamo Radio, e voi che l’ascoltate. Ha studiato il valore delle “canzonette” e di come vengono trasmesse, sino a farle diventare colonna sonora di una giornata. La musica leggera viene contaminata dagli “ingegneri” e dalla tecnologia che inventa e deforma i suoni degli strumenti e della voce al punto che un brano registrato, riprodotto, è diverso dal brano suonato e cantato dal vivo. Lo sappiamo bene: è vero che la musica diventa un prodotto alla portata di tutti ma non scade nella qualità perché gli artisti, eccetto qualche eccezione, per avere futuro e successo devono sapere di musica e dare sempre di più sia negli studi di registrazione sia nei live. Eco non ripudia la modernità: sa cogliere il negativo e il positivo. “In un certo senso – scrive – si deve alla pratica radiofonica se il rumore è entrato a far parte della musica contemporanea e se il rossiniano battito degli archetti sul leggìo non è rimasto una invenzione priva di conseguenze”. E ancora: “Il radioascoltatore è invece posto a diretto contatto con l’universo sonoro nella sua assoluta purezza … Sarebbe inesatto affermare che il tipo tradizionale di ascolto (teatrale, corale, visivo e auditivo insieme) rappresentasse l’optimum”. Un’ultima citazione: “L’ascoltatore musicalmente preparato trarrà dall’ascolto radiofonico l’occasione per un rigoroso controllo del discorso musicale” mentre “l’ascoltatore sprovveduto trarrà dall’isolamento cui la radio lo costringe, l’occasione per i voli della propria fantasia che stimolata dalla musica … potrà trarre occasione dal fatto sonoro per abbandonarsi all’onda indiscriminata dei sentimenti e delle immagini”.
E lo sappiamo benissimo quando una canzone che esce improvvisamente dalla Radio ci commuove ci stimola ricordi belli o brutti ma che sono nostri, solo nostri. Recentemente nella sua rubrica sul settimanale l’Espresso era tornato sull’argomento musica, tendenzialmente in versione pessimista e negativa: “Ora – ha scritto Eco – folle di giovinette dall’ombelico scoperto e di giovinotti dai capelli ritti rubano musica sul computer per scambiarsela e udirla tutto il giorno, e al concerto e in discoteca vanno non per gustare ma per stordirsi e, dimenticate le sottigliezze del pedale, più che musica assorbono rumore. Ma in treno l’auricolare ce l’hanno anche molti adulti abbrutiti, incapaci di leggere il giornale o di guardare il paesaggio”. Rischio assuefazione?
“Se su ogni cartello pubblicitario fosse ripetuta la Gioconda, la Gioconda diventerebbe brutta e ossessiva. Ma (e allora aveva ragione Kant) il nostro intelletto se ne accorgerebbe e protesteremmo. Con la musica invece no, ormai ci si vive come in un bagno amniotico. Come ricuperare il dono della sordità?”.
Questo è il nostro contributo a Umberto Eco. Glielo dovevamo. E volevamo.

Maurizio Angelillo

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